Lista PLR, può accompagnare solo?

I candidati che il PLR ha presentato per il rinnovo del Consiglio di Stato saranno all’altezza di esigenze e speranze dei cittadini ticinesi? È la domanda che si è posto il direttore de LaRegione con l’editoriale dello scorso 15 ottobre, nel quale – dopo un meritatissimo applauso al Consigliere di Stato Christian Vitta – ha espresso l’idea che la lista, pur se «di livello», non sia veramente «da battaglia», in quanto sprovvista di candidati radicali DOC. Si tratterebbe insomma di una specie di ammucchiata a destra – riprendo qui il titolo dell’analisi di Matteo Caratti –, segnata da aderenze esagerate ai poteri economici. Mi permetto quindi di proporre qualche appunto.

Il PLR è animato, oggi come ieri, da un insieme variopinto di sensibilità. Rispetto al passato, tuttavia, qualcosa è cambiato. Oltre ad avere finalmente consegnato agli archivi il periodo della guerrilla interna, dei narcisismi e delle lotte di potere, anche il modo di pensare e interpretare il liberalismo si è modificato, perché le ideologie e l’azione politica non sono impermeabili alle trasformazioni della realtà. La coesione sociale, la giustizia e la libertà di sentirsi parte di un nuovo progetto di paese passano anche dalla riformulazione di vecchie etichette, che il tempo ha sbiadito.
Qualche decennio fa, per esempio, l’iniziativa «Ticino laico» sarebbe stata sottoscritta da molti liberali radicali con l’entusiasmo che anima gli ultras delle nostre piste di hockey. Nel contesto odierno, il «fuoco sacro» laicista deve essere reinterpretato, perché un riconoscimento pubblico di questo Cristianesimo non fa ragionevolmente più paura a nessuno. L’analisi politica dei flussi migratori è un secondo esempio: osservare con onestà quel che accade nelle periferie urbane di tutta l’Europa basta per capire che un approccio spensieratamente no border produce contraccolpi difficili da gestire. Anche in politica economica, i beati incitamenti al laissez-faire laissez-passer hanno ormai quell’aria da anni ’80 delle giacche con le spalline imbottite.

È però vero che reinterpretare alcune delle nostre lotte storiche non significa celebrare il funerale dei propri valori. O ancora, cedere alle lusinghe dei «populismi», qualunque cosa significhi questa espressione. Si tratta invece per noi PLR di costruire un dialogo schietto e aggiornato fra i nostri princìpi e la realtà che abitiamo. La cartina tornasole di cosa sia liberale, radicale, oppure liberale-radicale è stata resettata, e ha assunto sfumature e tonalità nuove al contatto con l’aria del XXI secolo.

Questo pluralismo si riflette nella lista presentata dal nostro partito per la corsa al Consiglio di Stato. Io non sono sponsorizzato da nessun potere economico e mi sento libero di parlare di tutto ciò che vivo e incontro. Il mio spirito critico mi stimola a raccontare senza tabu le ombre del nostro mercato del lavoro, senza per questo scordarmi delle luci che splendono sul Ticino di oggi, e che vanno riverberate il più possibile. Quel che sto facendo già da un po’ è incontrare madri di apprendisti alla ricerca di lavoro, barbieri e artigiani confrontati con una concorrenza al ribasso, commesse e bancari che sentono sul collo il fiato di avversari umani e robotici. Voglio sentire queste voci, senza per questo smettere di affermare – per strada, nei bar, allo stadio – che la manodopera straniera è vitale per molti settori, come la cura della terza e della quarta età.

Il motto che mi guiderà è che occorre sempre guardare lontano con il cervello, ma nel contempo permettere al cuore di voltarsi indietro, verso chi non ce la fa a tenere il passo – o magari è solo un po’ spaventato e chiede di essere ascoltato seriamente. Il nostro compito non è di indignarci per chi sceglie il «voto di protesta»: se abbiamo scelto la politica, in un Paese come la Svizzera, è perché siamo pronti e vogliosi di sederci al tavolo e confrontarci con tutti. Certo, servirà anche l’onestà di ammettere che alcune oasi sono definitivamente prosciugate o annientate (come il segreto bancario), ma anche la fermezza di difendere realtà economiche (come la Fashion Valley), che magari sono a prima vista criticabili nella loro volatilità, ma che foraggiano ampiamente le casse dello Stato, finanziando aiuti sociali e infrastrutture pubbliche.

Al Ticino che frequenterò in questi mesi, poi, dirò un’altra cosa: che vorrei concentrare sempre più risorse in una scuola pubblica che sia davvero di serie A, indipendentemente dal quartiere nel quale sorge. Vorrei che ogni cittadino di questo Cantone mandasse i propri figli in classe con fiducia e orgoglio, senza il timore che – investendo qualche franco in più – potrebbe regalargli un futuro diverso. Questa è la missione che sento mia, perché il nostro è anche il partito della cultura e della sensibilità; il partito che all’inventiva economica e fiscale liberale affiancava la sensibilità e la saggezza di Giuseppe Buffi.

Alessandro Speziali, laRegione, 31 ottobre 2018