Una scuola migliore, non più lunga

In Ticino il 12% dei giovani all’età di 25 anni non va oltre la licenza delle scuole medie. Buttata lì in questo modo è una cifra piuttosto impressionante: non per forza, però, è un argomento decisivo a favore dell’idea di estendere l’obbligo di formarsi fino all’età di 18 anni. Spalmando la stessa marmellata di oggi su una fetta di pane più grande, non è detto che domani prepareremo una merenda migliore. Piuttosto, qualunque sia la dimensione della fetta di pane, faremmo bene a preoccuparci di aumentare la quantità di marmellata – o magari a trovarne una con più frutta e meno zucchero. Uscendo dalla metafora: questa proposta di aggiungere tre anni alla nostra scolarità obbligatoria rischia di rivelarsi un parcheggio per adolescenti, il cui costo sarà scaricato sulle aziende che pagano l’assenza di una vera riforma della nostra scuola. 

Il dibattito sulla lotta all’abbandono scolastico, comunque, merita di essere tenuto vivo seguendo l’indicazione fornita da Dell’Ambrogio su questo giornale, secondo il quale «l’integrazione nel mondo del lavoro spesso funziona meglio attraverso l’esperienza professionale». La scuola dell’obbligo deve tornare a guardare con curiosità alla dimensione del fare, della manualità e della pratica, anche per gli allievi ad alto potenziale. Negli ultimi decenni abbiamo seguito la via della iperintellettualizzazione degli studi, bollando sistematicamente come di serie B tutti i percorsi che avessero una qualsiasi attinenza con la manualità, e discriminando – fino alla somministrazione del Ritalin – i ragazzi poco avvezzi al sapere teorico. Inoltre, in quel 12% di ragazzi senza attestato postobbligatorio c’è chi proprio non sopporta né le lezioni, né le aule scolastiche. Per loro dev’esserci quindi l’opportunità o l’obbligo di svolgere lavori utili a sé stessi e alla collettività, perché l’assistenza sociale non può essere un ripiego quando si ha tutta la vita davanti. 

Ma se affondiamo le mani nel nostro sistema scolastico, il problema sempre più palpabile è la povertà educativa. La scuola non può essere l’unica terra ferma per le ragazze e i ragazzi. Dobbiamo ricostruire una comunità educativa, in cui tutti gli attori della società rivestono un ruolo: dalla scuola alla famiglia, dal chioschetto accanto alle medie all’allenatore della squadra di calcio. La dispersione scolastica con i cosiddetti drop-out – coloro che rinunciano a una formazione – non può trovare risposta nella dilatazione dell’obbligo scolastico e nemmeno nel potenziamento infinito di soluzioni pedagogiche. 

Per costruire il Ticino di domani vogliamo ragazzi che sappiano capire il mondo, certo, ma che abbiano anche l’abilità manuale di trasformarlo con il loro ingegno. E vogliamo una società che si senta partecipe di un progetto comune, che non imponga ai giovani come vivere ma che costituisca una staccionata affinché non abbandonino il percorso formativo o professionale. 

Parlare di scuola ticinese significa accompagnare il nostro sistema educativo nel XXI secolo: un cammino che dovremo disegnare non solo correndo dietro all’inafferrabile progresso tecnologico.

Alessandro Speziali, Corriere del Ticino, 4 febbraio 2019