Accordo fiscale, le buone intenzioni non bastano più

L’accordo del 2015 fra Svizzera e Italia intende regolare, fra gli altri argomenti, anche la tassazione dei frontalieri. Il prelievo non oscillerebbe più fra l’8 e il 12%, come previsto dai patti del 1974. Farebbero invece fede le aliquote italiane, notoriamente meno vantaggiose per il contribuente; solo una parte del gettito addizionale resterebbe però in Svizzera. Attuare subito questo accordo porterebbe evidenti benefici ad entrambe le controparti. All’Italia, che potrebbe incassare fra 300 e 400 milioni di euro l’anno in più, entrate verosimilmente utili viste le attuali dinamiche del bilancio statale. Alla Svizzera, e ancor più al Ticino, che vedrebbe ridurre le pressioni create al mercato del lavoro da un sistema che oggi incoraggia il lavoratore italiano a diventare frontaliero, anche quando dovesse accettare remunerazioni da dumping.

E allora, perché nulla si muove? Come è possibile che il Governo italiano non si sappia imporre sugli interessi locali dei Comuni che oggi beneficiano dei ristorni, esemplificati dalle recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Alessandro Fermi, contrario alla ratifica dell’accordo? E quali sono le armi in mano al Consiglio federale, che in passato ha ceduto merci di scambio e quindi potere contrattuale e che oggi deve basare la propria azione principalmente sul senso di responsabilità della controparte? Queste domande sono nella testa di un numero sempre maggiore di ticinesi, di cittadini moderati, che rispettano il valore del lavoro di tutti, quindi anche dei frontalieri, ma che ancora una volta restano sorpresi nel veder procrastinare ogni soluzione al mese di giugno. 

Noi ticinesi sappiamo che attuare i contenuti dell’accordo fiscale del 2015 ricopre grande importanza per l’economia del Cantone, in particolare in materia di tassazione dei frontalieri e di accesso al mercato italiano per gli intermediari finanziari. Il primo tema è, come visto, cruciale, va risolto per ristabilire equilibrio nel mercato del lavoro, riducendo il rischio di dumping salariale. La libera prestazione di servizi finanziari, che costituisce il secondo tema, ha anch’essa valenza strategica, va rapidamente affrontata per consentire agli operatori finanziari e bancari ticinesi di competere sul mercato italiano in assenza di costose sovrastrutture.

Certo, la trattativa è di competenza federale e il consigliere Ignazio Cassis, che ora la conduce, ha la nostra piena fiducia. La negoziazione è però in una situazione di apparente stallo. È quindi in conflitto con l’urgenza di attuare l’accordo fiscale, sia nella sua interezza, sia con riferimento al solo sistema di imposizione dei frontalieri. Al fine di tutelare i nostri interessi, dobbiamo oggi muovere le acque e segnalare a Berna, come a Roma, l’urgenza di una soluzione definitiva. Sono questi i motivi per cui condivido e sostengo la recente mozione PLR, volta a rompere gli indugi chiedendo al Consiglio di Stato di chinarsi sull’ipotesi di una disdetta unilaterale dell’accordo del 1974, di coordinarsi con la deputazione alle Camere federali per richiedere una compensazione finanziaria, nel caso che il Consiglio federale confermi le proprie posizioni di attesa. Dopo tre anni di tira e molla, è questo il mezzo per sollecitare risultati concreti e non più solo buone intenzioni.

Cristina Maderni, Corriere del Ticino, 4 febbraio 2019